Sono a stretto contatto, da più di quarant’anni, con le vicessitudini cliniche, le fragilità e il desiderio guarigione dei miei pazienti. Questa esperienza mi ha arricchito e ha avuto un effetto trasformativo sia per me che per i miei pazienti.
Attraverso questo lungo percorso ho capito che la professione medica non può essere legittimata solo dall’autorità del suo sapere, deve incontrare anche il saper essere. Solo allora il professionista potrà stabilire quel feeling con sé stesso e con l’Altro.
Il medico deve riscoprire quell’essere un ricercatore in prima persona, consapevole del proprio ruolo, ma altresì pronto a confrontarsi con le altrui visioni della realtà in un reciproco scambio. È, quindi, necessario per i medici incrementare skill comunicative e relazionali. A tal fine i professionisti della salute necessitano di nuovi strumenti, anche per poter attuare pienamente quanto stabilito dalla legge sul consenso informato (Legge 219/2017) che definisce il tempo di relazione con il paziente come “tempo di cura”.
La medicina contemporanea ha raggiunto straordinari livelli di efficacia scientifica e tecnologica, tuttavia la qualità della relazione tra professionista sanitario e paziente rappresenta ancora oggi un elemento critico, spesso trascurato, ma determinante nel percorso di cura.
Per il medico non avere una buona relazione col paziente trasforma il soggetto di fronte a sé in una asettica sequenza di informazioni. E con questa sottrazione d’identità la persona diventa invisibile correndo così il rischio di essere trattata con indifferenza o addirittura con cinismo.

Il paziente, invece, non è solo portatore di sintomi per chi pratica F.E.E.L.I.N.G. -il nuovo metodo che ho ideato per far fiorire l’alleanza che renda tangibile il risultato terapeutico- ma è anche un portatore di esperienza, di emozioni, di significati e del suo stesso potenziale di autoguarigione.
Ciononostante gli operatori spesso sono scettici. Il poco tempo, gli eccessivi carichi lavorativi e burocratici, l’oggettiva complessità dei casi clinici possono divenire barriere all’ascolto. Per superare questa impasse appare centrale per i medici accettare la sfida di stabilire, anche nella complessità, una relazione d’aiuto efficace.
La comunicazione medica, quindi, deve evolversi dalla formale gentilezza ad una vera e propria capacità umana e competenza tecnica misurabile. E il sistema delle cure ha il compito di facilitare questo obiettivo.
La relazione medico-paziente instaurata attraverso il feeling migliora non solo il percorso di cura, ma contribuisce anche a migliorare la sostenibilità del sistema sanitario: ottimizza i tempi di visita, riduce la vertenzialità, solleva i medici dalla necessità di ricorrere alla medicina difensiva, libera tempo e risorse economiche da investire nella ricerca.
È con queste intenzioni e finalità che ho scritto Feeling. La guarigione si fa in due: paziente e medico, Edito da All Around (2026). Un testo che, attraverso sette storie cliniche emblematiche corredate di approfondimenti teorici ed esperienze autobiografiche delinea il modello innovativo relazionale medico-paziente.
Il libro vuole essere un primo passo verso l’istituzione di una Giornata Nazionale dell’Alleanza Medico-Paziente che possa far nascere un nuovo sistema di cura più efficace. La medicina cura, la medicina relazionale guarisce.
